
La conferenza dei servizi convocata dalla Direzione Parchi, Territorio, Ambiente, Energia della Regione Abruzzo per il 18 febbraio (data cui si era arrivati dopo un precedente slittamento dal 1 dello stesso mese) è stata rinviata a data da definirsi. A quella conferenza si rimetteva il Consiglio regionale che, a seguito di un’accesa seduta, aveva deciso di ascoltare i tecnici delle due parti prima di esprimere la propria definitiva posizione riguardo al progetto dell’Eni. Conferenza slittata, pronunciamento della Regione sospeso.
In settembre il Consiglio comunale di Ortona aveva approvato la variante al piano regolatore che abbatteva l’ultima barriera alla realizzazione dell’impianto di estrazione e lavorazione del petrolio. Il Consiglio regionale aveva approvato all’unanimità una risoluzione che evidenziava il conflitto tra quella variante e le norme di programmazione regionale, con particolare riferimento all’articolo 68 della legge regionale urbanistica che stabilisce “il divieto di destinare ad uso diverso da quello agricolo i terreni sui quali siano in atto produzioni ad alta intensità”. Da più parti erano stati chiesti chiarimenti rispetto a una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale carente e ormai obsoleta rispetto alle attività attualmente in corso (la procedura si è conclusa all’inizio del 2002 e prende in considerazione un solo punto di emissione su quattro previsti e un solo pozzo su tre aperti): di recente anche il Ministero dell’Ambiente ha fatto richiesta di delucidazioni. In dicembre il comitato Natura Verde, costituitosi per lottare contro il progetto dell’Eni, ha fatto partire i ricorsi al Tar riuscendo a raccogliere intorno al no al centro oli un nutrito gruppo di amministrazioni locali, associazioni di categoria e imprenditori agricoli della zona.
Nel frattempo, in sede di Consiglio regionale, è stata chiesta l’istituzione di un parco la cui perimetrazione potrebbe bloccare i piani della multinazionale del petrolio. La legge per ora è ferma; si aspetta la conferenza dei servizi. Ma la conferenza ora slitta. La decisione è stata presa dopo la conferma che il pronunciamento al ricorso presentato al Tar dell’Aquila avverrà entro la prima decade di marzo. “Il rinvio della conferenza – si legge in una nota della Direzione Parchi, Territorio, Ambiente, Energia della Regione - è connesso alla necessità di avere un quadro definitivo e di maggiore contezza di tutto il procedimento”.
In questi giorni il candidato del Pd, Walter Veltroni, ha fatto il giro dell’Abruzzo e quasi dovunque si è trovato di fronte cartelli che denunciavano la rabbia degli abruzzesi contro l’Eni e contro la Regione. Ma proprio lui che sostiene sia giunta l’ora di “rottamare il petrolio”, non ha fatto commenti sulla questione. Naturale: il presidente Ottaviano Del Turco è sulla barca del Pd e sul palco da cui il candidato della sinistra arringa gli abruzzesi. Ma Del Turco è anche uno di quelli che inneggia all’ambientalismo del sì e del fare - tanto caro allo stesso Veltroni - che lui interpreta in una chiave del tutto personale quando sostiene i progetti dell’Eni in quanto – a suo dire – porterebbero alla crescita della regione.
In realtà la posizione espressa dal presidente della Regione nel corso di una recente seduta del Consiglio regionale lascia pensare che una decisione sul petrolchimico sia già stata presa. Del Turco ha infatti sottolineato che la Regione bloccherà il progetto solo nel caso in cui, a seguito di un confronto con tecnici e scienziati, venisse rilevato un reale rischio per la salute dei cittadini. Insomma l’Ente si dichiara competente solo in materia di emissioni e qualità dell’aria. “Nessun consigliere regionale eletto da abruzzesi potrebbe mai votare a favore di un progetto che si rivelasse dannoso per la salute” ha detto al Consiglio Regionale Del Turco. Affermazioni che, però, più che rassicurare spaventano perchè se il rischio è innegabile è altrettanto certo che l’Eni farà le cose nei limiti di legge. Insomma attività dannose, ma in modo lecito (almeno in Italia), nocive quel tanto che è accettato e presumibilmente accettabile. Restano poi il rischio di incidenti - probabili, come dimostrano i casi di Viggiano (un incidente del 2002 ha provocato fuoriuscite di acido solfidrico davanti alle quali l’Eni si è rivelata del tutto impreparata) e di Trecate (quattro incidenti in cinque anni) - e le ripercussioni sull’economia agricola e turistica della zona.
Questa, infatti, al di là delle legittime preoccupazioni per la salute, è ancora la ferita più dolorosa per gli abruzzesi. Sopratutto per tutti quegli agricoltori e per gli operatori turistici che da anni si impegnano per dare a quel territorio una connotazione di qualità. Tuttavia la Regione non solo sembra aver rinunciato in partenza a far valere quanto esplicitamente previsto dal piano paesistico regionale, ma addirittura cerca di far passare l’idea che non ci sia incompatibilità tra le attività dell’Eni e l’agricoltura. “In Val d’Agri (dove sorge un centro simile a quello che vorrebbero realizzare in Abruzzo) c’è un’agricoltura fiorente, la più sviluppata della Basilicata” dice Del Turco spiegando di essere giunto a questa conclusione dopo essersi confrontato con il suo omologo lucano. Le sue parole, intese a liquidare i timori degli agricoltori della zona, sono una doccia fredda per i comitati che da mesi lottano contro l’impianto. Rappresentanti del fronte del no conoscono bene la Val d’Agri perché ci sono stati di persona per verificare gli effetti delle attività di lavorazione del petrolio sull’ecosistema e sono tornati a casa con le proprie convinzioni più che rafforzate.
L’assessore regionale all’agricoltura Marco Verticelli ritiene che quell’area abbia “il diritto di sviluppare forme di investimento che puntano sulla qualità del territorio” sostenendo che una di queste sia l’agricoltura: “un comparto che – afferma lo stesso assessore - a fronte di una generalizzata crisi, sembra resistere molto bene anche al taglio dei fondi da parte della Comunità Europea”. Anche le associazioni di categoria rivendicano il proprio ruolo: “siamo il settore trainante dell’economia abruzzese – dice Domenico Pasetti, presidente della Coldiretti regionale – l’unico che regge. Perchè la politica vuole mettere in crisi anche queste attività? Il danno, oltre che sulle qualità intrinseche del prodotto, si ripercuoterebbe sull’immagine di una terra che ha fatto della genuinità una bandiera”.
Sconcerta che si voglia sostituire l’economia – già esistente e in ottima salute - di un territorio con un modello economico che è un corpo estraneo e invasivo. “L’Abruzzo ha scelto molti anni fa la sua vocazione e la sua identità – afferma Domenico Falcone, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori Abruzzo - Creare un centro petrolchimico in quella zona significa cancellare con un colpo di spugna un’economia fiorente e concreta per sostituirla con l’incertezza occupazionale”. Ma è proprio l’occupazione, insieme allo sviluppo del territorio, lo stendardo dei sostenitori dell’insediamento. Secondo Del Turco l’Abruzzo avrà enormi vantaggi dalla presenza di un centro petrolchimico sul proprio territorio. “La nostra regione deve richiamare i grandi investimenti industriali – dice – Abbiamo bisogno di interlocutori importanti e l’Eni è uno di questi. Riuscire ad attrarre realtà di caratura internazionale come l’Eni è l’obiettivo di qualsiasi governo regionale e io mi batterò contro chi ritiene che respingendo i progetti di questo colosso industriale si faccia il bene della regione”. Aziende agricole e operatori turistici che da anni puntano su altri investimenti e altro sviluppo ora si chiedono che fine abbia fatto l’Abruzzo regione dei parchi, l’Abruzzo regione verde d’Europa, l’Abruzzo del Vinitaly e dell’Igt.
Ma il presidente, che ha bollato il movimento contro il petrolchimico come “una sollevazione popolare, fomentata da un gruppo di persone mosse da vari interessi” va dritto per la sua strada. “Il Consiglio regionale che licenzia in tronco l’Eni, senza possibilità di dialogo – dice - è, da un punto di vista istituzionale, un errore strategico che si ripercuoterebbe su tutta la regione. L’Eni ha il diritto di essere ascoltata su questa questione”. Parole che si scontrano con quanto già avvenuto in altre regioni: “perchè in Toscana e a Noto possono permettersi di sbarrare la strada all’Eni, mentre in Abruzzo dobbiamo piegare la testa?” si sente chiedere da più voci tra le file del comitato Natura Verde.
Che la regione abbia bisogno di una spinta, di nuove attività e nuovi investimenti è un dato di fatto, una realtà insindacabile. Ma se c’è qualcosa di altrettanto reale in Abruzzo è proprio l’economia, concreta, vera, della zona intorno al futuro centro oli. Un’economia fiorente, in pieno sviluppo, vivace che ha puntato sull’agricoltura di qualità e sul turismo enogastronomico. “La zona tra Francavilla al Mare e San Salvo costituisce un vero e proprio distretto vitivinicolo – ha spiegato Carmine Rabbottini, presidente della cantina sociale di Tollo, una delle più antiche e vitali della zona – Ogni anno viene vinificato un milione e mezzo di quintali di uva. Ingenti risorse sono state investite in passato su questo comparto, per creare sviluppo e valorizzare il territorio. E ora che i nostri prodotti stanno andando bene, iniziano a farsi conoscere anche all’estero e a vendere, qualcuno vuole trasformare un’economia diffusa che interessa tante aziende nell’economia di pochi imprenditori e politici”.
Allora perchè sovrapporre al mondo agricolo e turistico della costa teatina un modello calato dall’alto, non estendibile, non trasferibile, che crea uno sviluppo né su larga scala, né duraturo? La vita stimata dei pozzi è di soli 15 anni e l’Eni non ha chiarito quali siano le prossime tappe del proprio piano industriale in Abruzzo, come ha fatto notare anche il sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso in una lettera inviata al Ministro dell’ambiente per chiedere il suo interessamento alla questione.
Ma intanto i cantieri sulle colline del Montepulciano sono aperti e si sta procedendo a nuovi sondaggi; potrebbero presto trovare altro petrolio, aprire altri pozzi e, ora che l’area è diventata a destinazione industriale, la costa teatina potrebbe trasformarsi in una nuova Val d’Agri. Sono in molti a temere questo destino. La questione del centro oli ha infatti risvegliato coscienze e relative paure di una regione da tempo assopita. Lo scenario di un Abruzzo che insegue il modello alla Del Turco, quello dei “grandi investimenti industriali” e degli “interlocutori importanti” non piace a molti. I risultati di decenni di ‘sviluppo’ sono sotto gli occhi di tutti: falde idriche inquinate da sostanze chimiche, torrenti in cui scorre petrolio a causa di vecchi sondaggi, discariche abusive di amianto. Tutto questo sta venendo fuori ora dal nostro territorio e per gli abruzzesi è uno shock. Sono in molti a pensare che l’Abruzzo abbia il diritto di scegliere un altro futuro.



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