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lunedì, 25 febbraio 2008
di Maurita Cardone

Pollution__by_sugar_crystals87398

Sono giorni difficili per chi si oppone al centro oli (centro petrolchimico, per dovere di chiarezza) sulla costa abruzzese. Momenti in cui sarebbe facile abbandonarsi allo sconforto tra rinvii, posizioni ambigue e dichiarazioni fin troppo esplicite.
La conferenza dei servizi convocata dalla Direzione Parchi, Territorio, Ambiente, Energia della Regione Abruzzo per il 18 febbraio (data cui si era arrivati dopo un precedente slittamento dal 1 dello stesso mese) è stata rinviata a data da definirsi. A quella conferenza si rimetteva il Consiglio regionale che, a seguito di un’accesa seduta, aveva deciso di ascoltare i tecnici delle due parti prima di esprimere la propria definitiva posizione riguardo al progetto dell’Eni. Conferenza slittata, pronunciamento della Regione sospeso.
In settembre il Consiglio comunale di Ortona aveva approvato la variante al piano regolatore che abbatteva l’ultima barriera alla realizzazione dell’impianto di estrazione e lavorazione del petrolio. Il Consiglio regionale aveva approvato all’unanimità una risoluzione che evidenziava il conflitto tra quella variante e le norme di programmazione regionale, con particolare riferimento all’articolo 68 della legge regionale urbanistica che stabilisce “il divieto di destinare ad uso diverso da quello agricolo i terreni sui quali siano in atto produzioni ad alta intensità”. Da più parti erano stati chiesti chiarimenti rispetto a una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale carente e ormai obsoleta rispetto alle attività attualmente in corso (la procedura si è conclusa all’inizio del 2002 e prende in considerazione un solo punto di emissione su quattro previsti e un solo pozzo su tre aperti): di recente anche il Ministero dell’Ambiente ha fatto richiesta di delucidazioni. In dicembre il comitato Natura Verde, costituitosi per lottare contro il progetto dell’Eni, ha fatto partire i ricorsi al Tar riuscendo a raccogliere intorno al no al centro oli un nutrito gruppo di amministrazioni locali, associazioni di categoria e imprenditori agricoli della zona.
Nel frattempo, in sede di Consiglio regionale, è stata chiesta l’istituzione di un parco la cui perimetrazione potrebbe bloccare i piani della multinazionale del petrolio. La legge per ora è ferma; si aspetta la conferenza dei servizi. Ma la conferenza ora slitta. La decisione è stata presa dopo la conferma che il pronunciamento al ricorso presentato al Tar dell’Aquila avverrà entro la prima decade di marzo. “Il rinvio della conferenza – si legge in una nota della Direzione Parchi, Territorio, Ambiente, Energia della Regione - è connesso alla necessità di avere un quadro definitivo e di maggiore contezza di tutto il procedimento”.

In questi giorni il candidato del Pd, Walter Veltroni, ha fatto il giro dell’Abruzzo e quasi dovunque si è trovato di fronte cartelli che denunciavano la rabbia degli abruzzesi contro l’Eni e contro la Regione. Ma proprio lui che sostiene sia giunta l’ora di “rottamare il petrolio”, non ha fatto commenti sulla questione. Naturale: il presidente Ottaviano Del Turco è sulla barca del Pd e sul palco da cui il candidato della sinistra arringa gli abruzzesi. Ma Del Turco è anche uno di quelli che inneggia all’ambientalismo del sì e del fare - tanto caro allo stesso Veltroni - che lui interpreta in una chiave del tutto personale quando sostiene i progetti dell’Eni in quanto – a suo dire – porterebbero alla crescita della regione.
In realtà la posizione espressa dal presidente della Regione nel corso di una recente seduta del Consiglio regionale lascia pensare che una decisione sul petrolchimico sia già stata presa. Del Turco ha infatti sottolineato che la Regione bloccherà il progetto solo nel caso in cui, a seguito di un confronto con tecnici e scienziati, venisse rilevato un reale rischio per la salute dei cittadini. Insomma l’Ente si dichiara competente solo in materia di emissioni e qualità dell’aria. “Nessun consigliere regionale eletto da abruzzesi potrebbe mai votare a favore di un progetto che si rivelasse dannoso per la salute” ha detto al Consiglio Regionale Del Turco. Affermazioni che, però, più che rassicurare spaventano perchè se il rischio è innegabile è altrettanto certo che l’Eni farà le cose nei limiti di legge. Insomma attività dannose, ma in modo lecito (almeno in Italia), nocive quel tanto che è accettato e presumibilmente accettabile. Restano poi il rischio di incidenti - probabili, come  dimostrano i casi di Viggiano (un incidente del 2002 ha provocato fuoriuscite di acido solfidrico davanti alle quali l’Eni si è rivelata del tutto impreparata) e di Trecate (quattro incidenti in cinque anni) - e le ripercussioni sull’economia agricola e turistica della zona.
Questa, infatti, al di là delle legittime preoccupazioni per la salute, è ancora la ferita più dolorosa per gli abruzzesi. Sopratutto per tutti quegli agricoltori e per gli operatori turistici che da anni si impegnano per dare a quel territorio una connotazione di qualità. Tuttavia la Regione non solo sembra aver rinunciato in partenza a far valere quanto esplicitamente previsto dal piano paesistico regionale, ma addirittura cerca di far passare l’idea che non ci sia incompatibilità tra le attività dell’Eni e l’agricoltura. “In Val d’Agri (dove sorge un centro simile a quello che vorrebbero realizzare in Abruzzo) c’è un’agricoltura fiorente, la più sviluppata della Basilicata” dice Del Turco spiegando di essere giunto a questa conclusione dopo essersi confrontato con il suo omologo lucano. Le sue parole, intese a  liquidare i timori degli agricoltori della zona, sono una doccia fredda per i comitati che da mesi lottano contro l’impianto. Rappresentanti del fronte del no conoscono bene la Val d’Agri perché ci sono stati di persona per verificare gli effetti delle attività di lavorazione del petrolio sull’ecosistema e sono tornati a casa con le proprie convinzioni più che rafforzate.

L’assessore regionale all’agricoltura Marco Verticelli ritiene che quell’area abbia “il diritto di sviluppare forme di investimento che puntano sulla qualità del territorio” sostenendo che una di queste sia l’agricoltura: “un comparto che – afferma lo stesso assessore - a fronte di una generalizzata crisi, sembra resistere molto bene anche al taglio dei fondi da parte della Comunità Europea”. Anche le associazioni di categoria rivendicano il proprio ruolo: “siamo il settore trainante dell’economia abruzzese – dice Domenico Pasetti, presidente della Coldiretti regionale – l’unico che regge. Perchè la politica vuole mettere in crisi anche queste attività? Il danno, oltre che sulle qualità intrinseche del prodotto, si ripercuoterebbe sull’immagine di una terra che ha fatto della genuinità una bandiera”.
Sconcerta che si voglia sostituire l’economia – già esistente e in ottima salute - di un territorio con un modello economico che è un corpo estraneo e invasivo. “L’Abruzzo ha scelto molti anni fa la sua vocazione e la sua identità – afferma Domenico Falcone, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori Abruzzo  - Creare un centro petrolchimico in quella zona significa cancellare con un colpo di spugna un’economia fiorente e concreta per sostituirla con l’incertezza occupazionale”. Ma è proprio l’occupazione, insieme allo sviluppo del territorio, lo stendardo dei sostenitori dell’insediamento. Secondo Del Turco l’Abruzzo avrà enormi vantaggi dalla presenza di un centro petrolchimico sul proprio territorio. “La nostra regione deve richiamare i grandi investimenti industriali – dice – Abbiamo bisogno di interlocutori importanti e l’Eni è uno di questi. Riuscire ad attrarre realtà di caratura internazionale come l’Eni è l’obiettivo di qualsiasi governo regionale e io mi batterò contro chi ritiene che respingendo i progetti di questo colosso industriale si faccia il bene della regione”. Aziende agricole e operatori turistici che da anni puntano su altri investimenti e altro sviluppo ora si chiedono che fine abbia fatto l’Abruzzo regione dei parchi, l’Abruzzo regione verde d’Europa, l’Abruzzo del Vinitaly e dell’Igt.
Ma il presidente, che ha bollato il movimento contro il petrolchimico come “una sollevazione popolare, fomentata da un gruppo di persone mosse da vari interessi” va dritto per la sua strada. “Il Consiglio regionale che licenzia in tronco l’Eni, senza possibilità di dialogo – dice - è, da un punto di vista istituzionale, un errore strategico che si ripercuoterebbe su tutta la regione. L’Eni ha il diritto di essere ascoltata su questa questione”. Parole che si scontrano con quanto già avvenuto in altre regioni: “perchè in Toscana e a Noto possono permettersi di sbarrare la strada all’Eni, mentre in Abruzzo dobbiamo piegare la testa?” si sente chiedere da più voci tra le file del comitato Natura Verde.

Che la regione abbia bisogno di una spinta, di nuove attività e nuovi investimenti è un dato di fatto, una realtà insindacabile. Ma se c’è qualcosa di altrettanto reale in Abruzzo è proprio l’economia, concreta, vera, della zona intorno al futuro centro oli. Un’economia fiorente, in pieno sviluppo, vivace che ha puntato sull’agricoltura di qualità e sul turismo enogastronomico. “La zona tra Francavilla al Mare e San Salvo costituisce un vero e proprio distretto vitivinicolo – ha spiegato Carmine Rabbottini, presidente della cantina sociale di Tollo, una delle più antiche e vitali della zona – Ogni anno viene vinificato un  milione e mezzo di quintali di uva. Ingenti risorse sono state investite in passato su questo comparto, per creare sviluppo e valorizzare il territorio. E ora che i nostri prodotti stanno andando bene, iniziano a farsi conoscere anche all’estero e a vendere, qualcuno vuole trasformare un’economia diffusa che interessa tante aziende nell’economia di pochi imprenditori e politici”. 
Allora perchè sovrapporre al mondo agricolo e turistico della costa teatina un modello calato dall’alto, non estendibile, non trasferibile, che crea uno sviluppo né su larga scala, né duraturo? La vita stimata dei pozzi è di soli 15 anni e l’Eni non ha chiarito quali siano le prossime tappe del proprio piano industriale in Abruzzo, come ha fatto notare anche il sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso in una lettera inviata al Ministro dell’ambiente per chiedere il suo interessamento alla questione.
Ma intanto i cantieri sulle colline del Montepulciano sono aperti e si sta procedendo a nuovi sondaggi; potrebbero presto trovare altro petrolio, aprire altri pozzi e, ora che l’area è diventata a destinazione industriale, la costa teatina potrebbe trasformarsi in una nuova Val d’Agri. Sono in molti a temere questo destino. La questione del centro oli ha infatti risvegliato coscienze e relative paure di una regione da tempo assopita. Lo scenario di un Abruzzo che insegue il modello alla Del Turco, quello dei “grandi investimenti industriali” e degli “interlocutori importanti” non piace a molti. I risultati di decenni di ‘sviluppo’ sono sotto gli occhi di tutti: falde idriche inquinate da sostanze chimiche, torrenti in cui scorre petrolio a causa di vecchi sondaggi, discariche abusive di amianto. Tutto questo sta venendo fuori ora dal nostro territorio e per gli abruzzesi è uno shock. Sono in molti a pensare che l’Abruzzo abbia il diritto di scegliere un altro futuro.


postato da: margallo alle ore febbraio 25, 2008 23:48 | Link | commenti
categoria:abruzzo, petrolio
martedì, 30 ottobre 2007
Pollution_by_deathly_stillnessL’intricata vicenda del progetto sul Centro Oli di Ortona continua a far parlare di sé, a scuotere coscienze e a catalizzare l’attenzione dei cittadini che hanno a cuore la salute dell’ambiente abruzzese. Proprio dalle pagine di Black Market, lo scorso 19 settembre Maurita Cardone raccontava dello sviluppo del progetto e dei rischi che comporterebbe per il patrimonio paesaggistico che è racchiuso tra le colline ortonesi.
Intanto, petizioni on-line e comitati di protesta contro il progetto si sono organizzati spontaneamente e stanno dando vita ad una battaglia democratica e di impegno civile per difendere una ricchezza che, fuor di metafora, appartiene a tutti.
Dopo che il Consiglio comunale ha dato lo scorso 4 ottobre il via libera alla realizzazione della mini raffineria dell’Eni (prima del Comune era stata la Regione a dare il suo ok), il Presidente della Provincia Coletti annuncia che sarà commissionato all’Istituto Mario Negri Sud uno studio che analizzi fondamentalmente tre aspetti:

1)  La ricaduta che questo impianto avrà sulla salute pubblica
2) L’impatto che l’attività avrà su vigneti e uliveti, che costituiscono le principali coltivazioni dell’area coinvolta dal progetto
3) Le conseguenze che l’attività di estrazione avrebbe sulla trasformazione dei prodotti agricoli, fondamentalmente olio e vino.

Dal risultato di questo studio, afferma Coletti, sarà possibile capire quali e quante conseguenze avrebbe lo sviluppo del Centro Oli e poter prendere una decisione serena a riguardo.
Oltre che mobilitare l’opinione pubblica, questa vicenda tocca da vicino i delicati equilibri del neonato partito democratico in Abruzzo, che si misura localmente su una divergenza piuttosto spiccata: quella tra il Presidente Coletti e il Governatore Del Turco.
D’altronde, è impossibile discutere del problema senza toccare la sua "anima" politica: chi decide, e soprattutto, in base a quali interessi? In nome di quale principio?
Domande a cui è difficile dare risposte univoche.
Intanto il WWF prepara una nota che invierà al Ministro dell’Ambiente, in cui solleva l’urgenza di provvedimenti restrittivi contro un’iniziativa che rischia di diventare pericolosa per la collettività: pensate solo alle dimensioni dell’impianto, oltre 117.000 mq in una delle zone più verdi d’Europa.
Il presidente del WWF Abruzzo Dante di Stefano mette invece l'accento sulla scarsa trasparenza dei programmi di politica ambientale nella nostra regione:
i cittadini sono stati tenuti completamente all’oscuro delle scelte che si stavano compiendo sul territorio, tanto che oggi – una volta che la notizia del progetto è stata resa di dominio pubblico – si registrano numerose prese di posizione contrarie da parte di enti locali e pubbliche amministrazioni, nonché iniziative e manifestazioni di protesta.

Non entro nel merito delle polemiche (alcune delle quali abbastanza inutili) scaturite dalle parole del sindaco di Ortona Fratino, che ha colto nel clima di protesta alla sua decisione segnali “di terrore”, e che ha riscontrato nelle parole di alcuni blog (anche il nostro?) un atteggiamento minaccioso.
Quello che personalmente mi sta a cuore nella vicenda è quella di fornire più informazioni possibili a quei cittadini che sentano come propria l’urgenza di difendere il proprio territorio da predoni di ogni genere che operano solamente per difendere i propri interessi.
A proposito, ringrazio e saluto Maria Rita, una lettrice abruzzese che vive in California che ha fatto sua questa causa solo perché ne sentiva l’urgenza civile, e che ci ha segnalato la presenza  di varie petizioni on-line a sostegno della protesta.
Per chi volesse saperne di più, è possibile leggere la rassegna stampa sull’argomento sul sito del quotidiano on-line Prima da noi.



postato da: margallo alle ore ottobre 30, 2007 23:24 | Link | commenti (1)
categoria:abruzzo, petrolio
mercoledì, 19 settembre 2007
Petrol_by_teomanyakrepRiceviamo e pubblichiamo volentieri

"L'ABRUZZO DEL PETROLIO"
di
Maurita Cardone

Svendere il territorio per un pugno di posti di lavoro. Succede a Ortona, in una delle zone più belle e fertili della regione verde d'Europa: l'Abruzzo. A due passi dal mare, all'ombra degli ulivi e delle viti che producono olio e vino. A Ortona succede che l'Eni, già da tempo insediata nelle aree limitrofe, voglia oggi estrarre un olio combustibile che, finora poco conveniente, con l'aumento del prezzo degli idrocarburi, è oggi diventato una delle ultime strade percorribili dalle aziende petrolifere. Insomma si raschia il fondo del barile: letteralmente. E per farlo bisogna ripulire questo
petrolio sporco. La sostanza estratta dai pozzi ortonesi, infatti, va separata dall'acqua e dallo zolfo. E, se questo alla maggior parte di noi profani dice poco o niente, per gli esperti significa invece H2S: idrogeno solforato. Questo gas, altamente solubile in acqua e in grado di paralizzare il senso dell'olfatto, è la sostanza residua del processo di desolforizzazione. L'idrogeno solforato, ad alte concentrazioni, uccide il nervo olfattivo e può causare incoscienza nell'arco di pochi minuti. A concentrazioni più basse, invece, produce irritazione agli occhi e alla gola, tosse, accelerazione del respiro, oltre che sensazioni sgradevoli legate al suo forte odore di uova
marce. Insomma qualcosa con cui non è facile convivere. Eppure finora nessuno si è preoccupato di illustrare nei dettagli la questione, né di fornire ai cittadini dati scientifici e informazioni tecniche sul problema. Molte domande restano senza risposta o con mezze risposte pronunciate a mezza bocca nelle aule del palazzo comunale.

Domande, punti interrogativi: quali sono esattamente le sostanze immesse in atmosfera? Esiste il rischio di inquinamento delle falde acquifere? Dove scaricherà la centrale? Da dove verrà presa l'acqua necessaria per il funzionamento dell'impianto? La questione idrica, in particolare, costituisce un nodo centrale del problema in una zona che, in questa calda estate, ha sperimentato diverse difficoltà legate all'approvvigionamento idrico: in comuni come Guardiagrele e Orsogna l'acqua è stata razionata al punto da essere erogata per sole quattro ore al giorno. Senza parlare della stessa Ortona dove il Comune lancia appelli ai cittadini per un uso razionale dell'acqua in vista di una autunno che si prospetta 'asciutto'. Ma poi la Giunta incontra l'Eni a porte chiuse, nella sede dell'azienda e infine si cerca di convincere i cittadini: "abbiamo ricevuto ampie rassicurazioni e garanzie. I tecnici dell'Eni hanno risposto a tutte le perplessità espresse dai consiglieri" dice Remo Di Martino, presidente del Consiglio Comunale. Ma forse la Maggioranza dovrebbe avere la pazienza di spiegare dove l'Eni troverà il milione di litri d'acqua al giorno necessario al funzionamento della centrale. Ma quello della salute e della tutela dell'ambiente non è l'unico fronte su cui la questione appare fumosa. Anche per quanto riguarda l'occupazione, ovvero lo stendardo con cui si fanno strada i sostenitori dell'impianto, i numeri sono incerti e, dopo aver agitato sotto il naso degli ortonesi cifre a tre zeri, ora si parla di poche decine di assunzioni e per soli 15 anni (questa è la vita stimata dei pozzi). L'Eni, nelle poche dichiarazioni ufficiali, ha parlato di un numero di posti di lavoro che potrà andare da 25 a 30, cui dovrebbero aggiungersi gli occupati nell'indotto. Ma i sindacati, spaventati dalla possibilità che l'azienda chiuda le altre attività in zona,
insistono con cifre maggiori. Tuttavia in centrali ben più grandi di quella in cantiere a Ortona sono impiegate meno di 40 unità. I sindacati hanno preso posizione, decidendo di schierarsi a favore di un progetto che, se farà guadagnare qualche posto di lavoro, rischia di mettere in ginocchio l'economia che da decenni è la vera risorsa di quel territorio: l'enogastronomia. Dalle colline intorno al futuro centro oli viene il più e il meglio della produzione vinicola dell'Abruzzo.

Per non parlare del turismo. Come pensare che qualcuno possa scegliere di andare in vacanza ai piedi di una ciminiera da cui costantemente fuoriesce una lingua di fuoco? E chi farebbe il bagno in una spiaggia su cui sfocia il canale che raccoglie le acque bianche (se è pensabile che in un centro oli ci siano acque bianche) di un centrale di estrazione e lavorazione del petrolio? Per quante misure di sicurezza l'Eni possa adottare, l'immagine della costa e delle colline del teatino ne verrebbe comunque danneggiata in modo irreversibile. "E dopo 15 anni – si chiede Amedeo D'Addario, ex parlamentare che ha contribuito alla scrittura di alcune delle leggi regionali più importanti per la tutela di ambiente e territorio – chi ricostruirà la nostra economia? Chi ci ridarà la nostra terra?".
L'impressione è che con troppa fretta si stiano aprendo le porte all'Eni permettendole di sfruttare a proprio piacimento il nostro territorio per poi, tra pochi lustri, lasciarlo a se stesso: spremuto, inquinato, impoverito. Ed è inevitabile che qualcuno inizi a chiedersi se non ci siano dietro interessi personali, dato che il primo cittadino di Ortona è anche un imprenditore portuale.
In tutta la faccenda, infatti, hanno molto peso i profitti legati al trasporto dell'olio: è dal porto di Ortona che partiranno i 5.000 barili quotidianamente prodotti dalla centrale. E l'appalto per il trasporto fa gola all'imprenditoria locale.

Ma la questione dovrebbe andare ben oltre gli interessi personali. "Nel giro di pochi anni – commenta Giusto Di Fabio, presidente del comitato Natura Verde, costituitosi allo scopo di impedire l'apertura della centrale, potremmo ritrovarci ad affrontare gli stessi problemi con cui da tempo combattono, per esempio, a Viggiano, in Basilicata, dove sorge una centrale come quella che vorrebbero fare qui (seppur più grande) e dove ora decine di famiglie hanno denunciato l'Eni e chiesto risarcimenti per i danni provocati dalla presenza di quel mostro". I residenti della zona lamentano malesseri fisici come nausee e mal di testa, oltre a un netto peggioramento della qualità della vita (rumore costante e tremolio del terreno, odore nauseante e una patina nera che spesso si deposita su ogni cosa) e incalcolabili danni economici (prodotti agricoli impossibili da piazzare sul mercato e immobili completamente svalutati).
"È importante che gli abruzzesi si rendano conto che questo non è un problema che riguarda soltanto la zona di Ortona o la provincia di Chieti. Si tratta di una questione che interessa l'intera regione e la decisione non può essere demandata al solo comune di Ortona". Ma sull'argomento la Regione Abruzzo ha tenuto un atteggiamento che D'Addario ha definito "angustiante". Dopo aver dato parere positivo alla realizzazione della centrale ha rimesso la questione nelle mani del Comune di Ortona. "Perfino Ponzio Pilato ha avuto una posizione più decisionista di quella dei nostri consiglieri regionali" dice l'ex parlamentare.
Eppure nella Legge Regionale 18/1983, all'articolo 68, si legge: "sono considerati obiettivi prioritari per la Regione la valorizzazione e recupero del patrimonio agricolo, (..) ed ogni intervento atto a soddisfare le esigenze economiche e sociali dei produttori, dei lavoratori agricoli e delle imprese diretto-coltivatrici singole o associate". Un impegno che non sembra rispettato ora che, il Comune di Ortona, dopo aver annunciato di voler giungere a una decisione entro il 15 di settembre, si appresta a far approvare una variante al piano regolatore che modifichi la destinazione d'uso dell'area da agricola a estrattiva. Il che appare in evidente contraddizione con quanto detto nel secondo comma del suddetto articolo: " è fatto divieto di destinare ad uso diverso da quello agricolo i terreni sui quali siano in atto produzioni ad alta intensità quali, tra l'altro, quella orticola, frutticola, fioritola ed olivicola".

Ma le contraddizioni non finiscono qui: la stessa amministrazione ortonese non sembra aver chiari i suoi obiettivi se, da una parte, sembra decisa a procedere con il centro oli, mentre, dall'altra, ha di recente istituito un'area protetta costiera proprio ai piedi della collina del petrolio. Intanto i malumori riguardo al progetto crescono. Le cantine della zona, quelle sociali, come quelle private, sono sbalordite dalla facilità con cui si sta svendendo il lavoro di decenni, proprio ora che i vini abruzzesi cominciavano a guadagnarsi un'ottima reputazione.
"Cosa venderemo? Vino al petrolio?" si chiedono. E davanti alle proteste sembra davvero sospetto che il Consiglio Comunale sia così deciso a continuare per la sua strada. "Abbiamo tutti gli elementi pe decidere con serenità – ha detto Di Martino – L'Eni ci ha fornito una relazione dettagliata da cui risulta chiaro che non esistono rischi ambientali. Le nostre scelte non possono essere condizionate da timori ingiustificati e posizioni allarmistiche". E, mentre circola la voce che sia stato proposto un voto a scrutinio segreto, qualcuno si chiede come si possa definire dettagliata una relazione carente, piena di lacune, con riferimenti a pagine inesistenti e pareri scritti e poi
cancellati (a penna). Da quel che si riesce a capire, comunque, i pareri non sono tutti positivi. "C'è ad esempio la Provincia di Chieti – spiega Luigi Tiberio di Natura Verde che ha approfonditamente e non senza fatica studiato il materiale presentato dall'Eni in Comune – che ha messo in dubbio la Valutazione di Impatto Ambientale fatta per il progetto. Mentre la Asl mette in luce i rischi legati al consumo idrico specificando la necessità di anteporre i fabbisogni umani agli usi industriali".
Le domande senza risposta sono ancora troppe, ma la decisione è vicina e il rischio che un'intera regione veda trasformarsi la propria vocazione e il proprio futuro è alto.  L'Abruzzo sembra di fronte a una scelta cruciale: puntare sul turismo valorizzando e tutelando il territorio, il paesaggio e le ricchezze naturali oppure buttarsi su un'industria che non è mai stata il settore trainante dell'area.
Seguire l'esempio della Toscana, dove da decenni vivono di un turismo attento alle ricchezze del territorio o quello della Puglia, dove un'intera regione è stata sacrificata a uno sviluppo cieco? Bisognerà chiedersi qual è la vera vocazione della regione e sarebbe doveroso chiedere agli abruzzesi se siano disposti a dilapidare il tesoro verde su cui sono seduti in favore di qualche manciata di oro nero.


postato da: margallo alle ore settembre 19, 2007 16:53 | Link | commenti (1)
categoria:petrolio